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    AEROPORTO DI SPOLETO. Nuove rotte artistiche con libere destinazioni concluso  

    AEROPORTO DI SPOLETO. Nuove rotte artistiche con libere destinazioni

    Dal al a Spoleto

    Ideazione e cura di Gianluca Marziani

    con il supporto di Andrea Tomasini

    PALAZZO COLLICOLA ARTI VISIVE prosegue le sue indagini sul TERRITORIO UMBRO, allargando lo sguardo verso le geografie limitrofe, rivelando proficui scambi culturali, ragionando sull’Umbria come habitat di accoglienza moderna, etica civile, dialogo filosofico. AEROPORTO DI SPOLETO seleziona partenze e arrivi con libere destinazioni visive, vistando al suo gate le progettualità che ”volano” dove non tutti osano e dove solo alcuni atterrano. Una mostra che conferma l’attitudine di Palazzo Collicola per le scoperte e le connessioni, per il laboratorio dal vivo, per gli slittamenti e gli sviluppi radiosi nel tempo lungo dell’esercizio espositivo.

    Durante l’inverno 2015 fu la volta di SPOLETO CONTEMPORANEA… un progetto che faceva il punto sulla Spoleto dei nostri giorni, rivelando una città a tratti nascosta, ricca di talenti e idee, di persone che progettano e viaggiano, una Spoleto talvolta inaspettata, piena di contenuti e molteplici identità, stupefacente nel suo modo silenzioso ma profondo di essere, nella sua disciplina lenta, nell’armonia tra le azioni umane e i cicli stagionali in natura. Il progetto tracciava il suo inizio ideale dopo l’esperienza del Gruppo di Spoleto, dopo la lunga avventura del Premio Spoleto, dopo le grandi vicende dell’Informale umbro. Un profilo selettivo che partiva dal cosiddetto “ritorno alla pittura” nella seconda metà degli anni Settanta, quando emersero alcuni dei protagonisti storici oggi in mostra. Da quel punto si diramavano le tracce filanti di una geografia che si congiungeva ad un presente di tangibile vitalità.

    Primavera 2018: Spoleto presenta il suo aeroporto virtuale, la sua utopia praticabile nelle sale di un museo che dal 2010 sostiene la ricerca visiva, il multilinguismo, la qualità degli strumenti senza tempo, il legame fluido tra memoria e tecnologia. AEROPORTO DI SPOLETO usa l’idea di un luogo non plausibile per reinventare la geografia (quella interiore, senza confini, priva di monete e pedaggi) e stimolare le radici dell’osservazione: un aeroporto utopico, una provocazione concettuale che stuzzica la coscienza del territorio, lo sguardo oltre le politiche del momento, l’esercizio oltre la retorica sociale.

    Sette artisti per sette visioni che incrociano linguaggi, ruoli, tematiche, approcci, contaminazioni… storie umane e visive dentro un aeroporto dove l’unico passaporto che conta è quello dei luoghi amati, vissuti, prescelti, abilmente narrati…

    BOB MONEY (Roberto Quattrini) nasce a Stoccarda nel 1965 da una famiglia di immigrati italiani. Tornato in Italia, nel 1981 studia disegno e fusione in bronzo presso la scuola di Edgardo Mannucci ad Ancona. Al contempo, si dedica agli studi musicali e nel 1991 si diploma in pianoforte e corno francese presso il Conservatorio Gioacchino Rossini di Pesaro. Da anni sta lavorando su una formula ibrida tra pittura e scultura, sorta di atipico bassorilievo che ormai lo caratterizza e orienta. Bob Money agisce per cicli tematici, accomunati dal legame con specifiche personalità “nucleari”, ascrivibili tra gli archetipi del pensiero radicale: Pier Paolo Pasolini, Gino De Dominicis, Dino Pedriali, Mario Dondero, Letizia Battaglia… icone caldissime che l’artista studia e rielabora con approccio magmatico, tessendo solide trame semantiche attorno ai loro codici morali. Bob Money, simile ad un Vulcano che forgia icone, distilla inserti esoterici e false piste, costruendo nuove metafisiche attorno alla sua idea di ritratto. Il risultato è un organismo complesso che metabolizza indizi pop e derive kitsch, tensioni novecentiste e simbologie orientali. Le opere diventano layer di temi e stili, nuovi avatar anabolizzati che dilatano gli immaginari di riferimento. Diverse eppure complementari, le opere ragionano entro il canone occidentale della figura/icona, dove la materia ribolle e si trasforma ma il corpo mantiene il centro leonardesco della Storia.

    COSIMO BRUNETTI nasce a Spoleto nel 1982. Si diploma in Pittura presso l'Accademia delle Belle Arti di Roma. Oltre a dipingere e disegnare, si occupa di illustrazione, grafica pubblicitaria e animazione in stop-motion, spaziando anche nella musica e nella canzone d’autore. Possiede un Laboratorio di Disegno e Pittura, situato nel centro storico di Spoleto, la città in cui vive. Brunetti gioca con la manualità in modo intelligente ed eterogeneo, attraversando le tecniche con stili slittanti dal cuore postmoderno. Matita, inchiostri, acquerello, software… ogni volta l’autore umbro codifica immagini autonome, in empatia con la tecnica prescelta, mimetizzando lo stile nel contenuto specifico. Un approccio che rispetta i maestri ma rompe gli accademismi, una sperimentazione senza dogmi che viaggia tra claustrofobie medievali, visioni barocche, espressionismi tedeschi, echi dark e noir, dettagli da clima fiammingo, romanticismi, sentori di horror filmico… il tratto diviene denso ma compatto, il colore non concede vita al superfluo, l’opera ha qualcosa di biologicamente instabile, proprio come accadeva nei personaggi “radioattivi” di Andrea Pazienza e Tanino Liberatore. Brunetti, usando la memoria senza abuso, evidenzia alcune convergenze tra pittura e illustrazione, oltre a ribadire il potenziale sempre più ampio del disegno contemporaneo.

    MASSIMILIANO POGGIONI nasce a Umbertide (Perugia) nel 1975. Vive diversi anni a Roma dove lavora come illustratore e graphic designer. La pittura diviene presto un linguaggio cardine per le sue mitologie del corpo umano: un corpo distillato per close-up, soggetto e al contempo oggetto d’indagine emotiva, un corpo che assorbe il mondo e plasma la propria molteplicità. Al pennello Poggioni affianca formule ibride tra disegno, digitale e live performance; un’attitudine espansa che lo porta negli anni a gestire alcune esperienze da curatore (Centro d’Arte Torre Strozzi a Parlesca). L’artista che vediamo a Spoleto ribadisce sul quadro la mutevolezza umana, l’instabilità interiore, il dubbio dietro ogni apparenza. I suoi corpi sono frammenti plurali che dialogano, mosaici emotivi dove si disseziona il rimosso, la fobia sociale, le ambiguità di codici e gender. Maschere, trucchi, smorfie ma anche giochi ironici, fisionomie falsate, eccessi e normalità in un caleidoscopio sentimentale che abbraccia le pluralità dentro il singolo umano. I soggetti pittorici condensano diversità ed emozioni, realtà e aspirazione, dubbio e forza d’animo; ognuno di loro è uno-qualcuno-centomila, un centro di gravità accogliente, una geografia sismica in ebollizione. Tutto somiglia alla vita reale, dove nulla è mai come appare, dove ogni cosa si trasforma, dove le scale simboliche dei grigi vincono sul rigore uniformante del bianconero.

    DAVID POMPILI nasce a Spoleto nel 1970, città in cui cresce come studente ma che lascia prima per Foligno e poi per Roma. Docente di Storia dell’Arte da vari lustri, scenografo con esperienze di valore, collaboratore di maison in ambito Moda, Pompili trova nei contesti pittorici il suo miglior canale espressivo. L’artista gioca con le tecniche, i formati, gli oggetti riciclati, i luoghi particolari, sempre con un’antenna sulle culture Pop e sui modelli di comunicazione urbana. Pompili sceglie cartoni e materiali poveri ad alta diffusione sociale. Li modifica, assembla e stratifica coi suoi mosaici di volti, corpi, frasi e dettagli che entrano nella vita pubblica, nei temi scottanti, nei feticismi collettivi. La sua pittura è un soggetto mimetico che si plasma ovunque, diventando una seconda pelle che ha il sapore del graffitismo storico e il valore della critica sociale. Echi della New York anni Sessanta si mescolano con la visione più sinistra di Edward Kienholz e George Segal; si sente l’intensità compressa di Joseph Cornell e Louise Nevelson, la geologia urbana di James Rosenquist e Robert Rauschenberg, il colore militante di Mario Schifano e Tano Festa… La pittura e gli stencil di Pompili inglobano vecchie videocassette, televisori dismessi, frammenti murali, ritagli di giornali e riviste, qualsiasi oggetto con una forte temperatura sociale e un odore di vita consumata. Un’opera che registra e metabolizza la scia chimica dei mass media, digerendo le scorie e rilasciando dissonanze che catturano i nostri sensi.

    OB QUEBERRY (Mattia Santarelli) nasce a Spoleto nel 1987. Si forma presso le Accademie di Perugia, Bologna e Urbino. Passa un periodo a Londra ma torna in Italia dove esercita la sua indole street e la sua attrazione per il paesaggio naturale. Dal 2016 al 2018 lavora sugli interni di Hotel Arca a Spoleto, agendo in alcune aree comuni e nelle camere di un piano appena rinnovato. Una sua pittura murale è oggi nelle collezioni permanenti di Palazzo Collicola Arti Visive. Nel 2017, durante il Festival dei Due Mondi, ingigantisce alcune locandine (vecchie edizioni della kermesse) sul pavimento di Piazza del Mercato, sempre a Spoleto. Diverse le incursioni in città e in aree limitrofe, oltre agli interventi urbani realizzati lontano dall’Umbria. In parallelo dipinge senza sosta sui classici formati da quadro, inventando figure surreali, ritratti esasperati, bestiari visionari… e poi ci sono i suoi alberi volanti, i piccoli animali rilasciati in punti nascosti, i guardiani divinatori, tutte figure che mescolano territorio e visionarietà, natura e spirituale, cronaca e fiaba. OB Queberry somiglia ai disegnatori nomadi ottocenteschi, a quei viaggiatori che coglievano la saggezza del mondo in un tronco, un insetto, un uccello, una lucertola… cambiano i tempi ma resta simile l’approccio alla Natura, lo stupore limpido davanti al regno animale e vegetale, l’invenzione poetica, la trasformazione del paesaggio, l’amore per la Vita nelle sue forme raggianti.

    GIACOMO RAMACCINI nasce a Spoleto nel 1989. Da diversi anni pratica la fotografia come sintassi antropologica, così da rendere lo scatto un complesso organismo semantico. Dopo la sua partecipazione a “Spoleto Contemporanea”, torna a Palazzo Collicola con un lavoro inedito che analizza le emoticon nella società odierna, in sintonia con le teorie di Paul Watzlawick.
    Quante volte, leggendo un sms, vi siete interrogati sullo stato d’animo dell’interlocutore? È dalla necessità di attribuire un “carattere” soggettivo ed emotivo a questa nuova comunicazione che, alla fine del Novecento, vengono introdotte le prime emoticon, inizialmente ridotte a poche espressioni basilari. Per comprenderne lo sviluppo, risulta opportuno fare una precisazione. Chi sia stato all’estero, senza avere la padronanza della lingua locale, sa come l’ausilio della gestualità faciliti il dialogo. Ciò che caratterizza l’uomo, infatti, è la possibilità di esprimersi integrando la comunicazione verbale, contraddistinta da segnali simbolici e astratti, appartenente al piano digitale o del contenuto, a segnali diretti e figurati, la mimica, appartenente al piano analogico. I segnali analogici si accompagnano alla parola fornendo informazioni supplementari riguardo al senso. I segnali come la mimica consentono di definire al meglio la relazione con l’altro. Il linguaggio del corpo e il linguaggio verbale sono interdipendenti. Ciò significa che se vogliamo interpretare un gesto o un segnale non verbale dobbiamo percepire sia i segnali sul piano del contenuto, sia i segnali sul piano della relazione. Prendendo le mosse da queste riflessioni, il progetto mette in luce l’evoluzione che, sul piano analogico, le emoticon hanno subìto nel corso del tempo. A partire dalla combinazione di caratteri semplici (gioia, tristezza…), esse acquistano gradualmente una personalità che tende a una sorta di “ri-umanizazzione”. Un processo circolare che va dal simbolo della realtà alla realtà del simbolo.

    GABRIELE SIMEI nasce a Roma nel 1967. Avviato aIIa conoscenza del ferro dal padre artigiano, si specializza nel design contemporaneo in due modi: da una parte collaborando con studi d’architettura internazionali, dall’altra realizzando materialmente le sculture di alcuni importanti artisti. Un confronto linguistico che lo spinge ad esordire come artista neI 2004, quando espone lime di 4 metri in ferro e legno dentro una fabbrica dismessa. A caratterizzare l’autore sono i cosiddetti “flussi”, esposti per la prima volta nel 2010 alla Casina delle Civette - Museo di Villa Torlonia a Roma. Le opere di Simei giocano tra dinamismo ed equilibrio, un viaggio gravitazionale in cui le strutture modificano la coscienza fisica dello spazio. I flussi creano stringhe ambientali a misura di luoghi, veri spazi paralleli dove gli elementi interni fluttuano (idealmente) come pianeti dentro una galassia. In altri casi le sculture somigliano a meccaniche cellulari da microscopio, talvolta ricordano il gioco del Domino, altre ancora la macchinazione industriale o qualche strumento di precisione… in senso generale le opere riportano al “fare” scultoreo, alla poetica melottiana del metallo “volante”, alla simbiosi tra il valore fisico dei materiali e la loro metafisica cosmica. Un’invenzione di forme che agisce sui contenuti, ricreando piccoli racconti che ognuno potrà interpretare a propria dimensione. Credeteci, non è cosa da poco disegnare un pianeta privato e renderlo un diario comune.

    Foto di copertina di Lavinia Angelini : L'artista Cosimo Brunetti (selezione di pitture e grafiche su carta dal 2008 al 2018)



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  • Informazioni utili

    Luogo: Palazzo Collicola Arti Visive, Spoleto

    Curatore: Gianluca Marziani

    Indirizzo: Piazza Collicola, 1, 06049 Spoleto PG

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